Recensioni dei libri pubblicati dal maestro Ferdinando Balzarro

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METAMORPHOSIS

Metamorphosis Seppure espresso in latino, il titolo dell’opera è esplicativo. Di converso, è assai complessa ed articolata la trama, che supera persino l’originalità tipica dell’autore. In questo caso, la metamorfosi è generata con un passaggio inverso al ciclo naturale dell’esistenza, ergo, la Morte che dona la Vita. Potrebbe apparire un ossimoro, in realtà, è un progetto accuratamente strutturato e finalizzato. La Morte ridona la giovinezza all’attore principale della storia e contemporaneamente, sembra liberarlo anche dai freni inibitori, assopiti nei millenni dell’evoluzione della specie, anestetizzati dal benessere, forse dalla cultura, a volte dalle leggi, ma mai antropologicamente sradicati dalla natura animale dell’Homo Sapiens, termine eclatante ed auto generato, di discutibile verità. Il giovane vecchio riprende pateticamente il percorso della vita, soprattutto con la caccia alle conquiste, commettendo contemporaneamente atroci crimini, perpetrati con impulsi primordiali, privi di ragione, salvo l’atavica natura mai sopita. Di certo, nel ciclo della vita nulla può durare in eterno, nessun essere, nessuna materia, ed anche per il giovane vecchio verrà il momento di saldare i conti con la Morte, ma non sarà banale, perché per lui, il piano ordito sarà estremamente nefasto. Difficile decifrare il complesso pensiero dell’autore, di certo, emergono riflessioni sul senso della vita, sugli inutili percorsi, sugli istinti naturali ed ancestrali della specie umana, sulla ineluttabile caducità, persino sui cicli e sulle regole imposte ed immodificabili del Creato.


IO SONO TENEBRA

Io sono tenebra Indipendentemente dal giudizio sullo scrittore, che è insindacabilmente soggettivo, di certo, l’originalità dei romanzi di Ferdinando Balzarro è fuori discussione, così come la razionalità delle considerazioni sulla vita, mai moderate, non certo accattivanti, spesso crude, qualche volta estreme, oggettivamente realistiche. “Io sono tenebra” è un romanzo, il cui titolo è esplicativo del contenuto. Racconta la vita, vista da una sfumatura estremamente inusuale, che crea nel lettore interesse, compassione, commozione e ansia. Soprattutto, porta a meditare su quello che diamo ogni giorno per scontato, quindi, poco prezioso. In realtà, nulla è lapalissiano nell’esistenza umana, tutto può variare in un attimo, non esistono sicurezze, siamo estremamente fragili ed indifesi, non solo di fronte alla natura, che comunque utilizziamo a nostro uso e consumo, deturpandola selvaggiamente, ma anche di fronte alla casualità degli eventi, o più banalmente, all’impossibilità di eludere le malattie o le menomazioni. Ruben è un non vedente dalla nascita. Descrivere ciò che vive una persona che non ha mai avuto il dono della vista, è opera improba, estremamente coraggiosa, che solo uno scrittore attento, realista fino alla pignoleria, può tentare. Ruben è un uomo bello, con significative disponibilità economiche, molti interessi, diversi amori che si susseguono nel buio della sua vita, fino a quando s’innamora di una donna povera, ma estremamente affascinante. Romina non è certo una moglie ideale, poco incline alla routine matrimoniale, troppo libera, troppo frustrata dalle pregresse differenze di vita tra lei ed il marito, in una parola: cinica. Tanto cinica, da farsi probabilmente odiare anche dal lettore. Quando il matrimonio arriva sull’orlo del naufragio, i coniugi sottoscrivono un patto, quasi commerciale, che porta alla nascita di Luce. Nei vent’anni successivi accadono tanti eventi, spesso tragici, contornati da sprazzi di estrema umanità. Il finale è drammatico, ma tenero, improbabile, ma auspicabile. Ruben e Luce, nel buio della vita, illuminati dall’amore. Il racconto è estremamente eccentrico, articolato e complesso il rapporto tra gli attori, magistrale la regia, ammalianti e persuasive le considerazioni sull’esistenza.”


IN NOMINE FILII

In nomine filii Non è sempre semplice recensire i libri dello scrittore Balzarro, per la complessità del pensiero, per la particolarità dei comportamenti dei suoi personaggi, lontani dalle stereotipate greggi umane, tristemente eguali, canalizzate nei rituali alla moda, nei carnai delle ferie obbligatorie, nei concerti con le movenze di gruppo, spettatori urlanti negli sport di massa. Vittime, o forse, anche inconsapevoli carnefici. Tutto questo, non è parte della vita e dei racconti dello scrittore Balzarro, sempre lontano dagli stereotipi, nei pensieri e nei comportamenti. Eppure, in questo romanzo, il protagonista è stato rapito da un istinto primitivo, seppure innato nell’uomo: “la conquista” della femmina. Un comportamento comune a molte specie, dovuto alla necessità di preservare la sopravvivenza. Un istinto ancestrale, che automaticamente produce sostanze nell’organismo, che spingono l’uomo al bisogno della femmina. Il fine, spesso inconscio, non è l’appagamento di un piacere, anzi, il piacere è solo un premio, creato dall’organismo per spingere a continuare la ricerca. Il fine, non è quello che chiamiamo amore, ma un complesso meccanismo ormonale, che ha il solo scopo della procreazione. Tutto il resto è un collaterale, a volte complesso, a volte banale. Nel libro, il collaterale è divenuto il principale appagamento del protagonista, un uomo maturo, uno scrittore abbastanza affermato, una moglie non più moglie, un figlio che frequenta poco, che non ha mai cresciuto, che incontra raramente, rimanendo sempre lontani, anche quando sono vicini. Francesco è un uomo in perenne sfida con se stesso, una sfida basata sulle “conquiste” più ostiche, presumibilmente impossibili, ma infinitamente appaganti. Sono quelle a mantenerlo vivo, ad esaltarne la passione e la spregiudicatezza. Sono storie di vita, seppure non usuali, con Lucia, una ragazza universitaria, Stefania, una signora che ha scelto la comodità di sposare un ricco banchiere, Antonia, moglie di un industriale, Principessa, secondogenita di una coppia reale, Tiziana, la moglie di un amico. Si conclude con Giada, con la quale “il conquistatore” tocca il punto più alto, “l’umano”, il più infimo e squallido, che lo porterà a relegare la propria esistenza in un contesto infinitamente triste, seppure meritato, se non addirittura cercato. E’ un romanzo originale, racconta una vita non banale, motivata da ambizioni discutibili, che portano a riflettere sull’esistenza, sulle sue motivazioni, sulle finalità, su quelli che definiamo valori, il cui valore, qualcuno ci ha inculcato, ancora una volta, per stereotipare la nostra esistenza.


LA MORTE MI FA RIDERE

La morte mi fa ridere Può apparire contradditorio raccontare la vita disquisendo sulla morte. In realtà, l’ultimo romanzo del maestro Ferdinando Balzarro è una riflessione sull’esistenza, lucida, colta e raffinata. Scarno, lo spazio concesso all’ipocrisia; razionale, l’analisi dei comportamenti umani. Il protagonista, Leonardo, è un personaggio particolare, rifiuta le convenzioni, disprezza i rituali di gregge, peraltro, a mio avviso, sempre più invasivi, nonostante l’aumento della scolarizzazione. Leonardo ama la natura, odia l’uomo che ha barattato il benessere con il saccheggio, ama gli animali, che abbiamo sottomesso a uso e consumo della nostra specie. In particolare, nutre un profondo amore per i cani, che si distinguono per l’innata fedeltà e l’incondizionato amore. Del resto, non è il sostantivo “amore”, ma l’aggettivo incondizionato che li caratterizza e li differenzia in modo radicale. In aggiunta, i cani trasmettono empatia, soprattutto non valutano il compagno umano in funzione dei “mezzi” di cui dispone, accontentandosi del “quasi nulla”. Nel racconto appare emblematica la citazione di partenza: “la vita è una malattia mortale, che si trasmette per vie sessuali” (Ronald Laing). Meriterebbe un’accurata analisi. Invece, molto spesso la saggezza approda nelle nostre vite in tarda età, quasi per cause naturali, quando la prevaricazione, istinto naturale della specie, finalizzata alla sopravvivenza, perde di valore. Attraverso il protagonista, l’autore racconta la vita, molto spesso sintetizzabile in una spasmodica corsa alla ricerca del successo, del denaro, del potere, del dominio. L’intelligenza non sempre è prerogativa di positività, può divenire ostacolo se porta a comprendere e valutare. Non di rado l’analisi sfocia nel disagio. Nel caso di Leonardo, si trasforma in sfida. Nascono accattivanti avventure, raccontate con magistrale sapienza, sempre al limite della sopravvivenza, nei luoghi più disparati e pericolosi: deserti, oceani, cieli, montagne. Emerge un denominatore comune, un amore intimo per le bellezze del Mondo, un orrore per i tanti comportamenti umani che le devastano. Emerge un amore intimo per Luna e Petra, i “suoi” cani fedeli senza compromessi, amici senza fini. Di certo, il romanzo induce a profonde riflessioni, ma lascia al lettore la chiave di accesso all’atrio della vita, soprattutto alla valutazione del breve e tortuoso corridoio dell’esistenza.


VENDETTA INFINITA

Vendetta infinita Una storia inusuale, come è solito proporre lo scrittore Balzarro. Una racconto dove emerge un sentimento difficilmente descrivibile, dirompente ed affascinante, un sentimento che pochi conoscono appieno, non certo inquadrabile in un amore di coppia, ma neppure in un amore derivante da un rapporto parietale, lungi persino dall’amicizia, oppure dall’affetto. E’ un legame unico, non di rado indissolubile, a volte, persino insensibile all’ineludibile scorrere del tempo. E’ lo strano rapporto che si crea tra l’Allievo ed il Maestro, nelle Arti in generale, ma estremamente coinvolgente in quelle Marziali, addirittura totalizzante nel passato, quando il filo che legava la vita alla morte, dipendeva da pochi attimi, dalla precisione di un’azione, infinitamente e dettagliatamente mimata, migliaia di volte. L’anziano Maestro, che non era tale solo per capacità tecnica, ma per visione della vita, dispensatore di saggezza, esempio di nobiltà umana, viene vigliaccamente ucciso, in una notte banale, dai soliti teppisti in carriera, soggetti dalla vita segnata alla nascita, carenza fisiologica di educazione, valori, prospettive, senza un futuro, se non quello da rubare agli altri. Il Maestro ha perso la vita, donandola di fatto a chi aveva di più caro : il Suo Amico Lula. Ed ecco, come spesso accade nelle pagine dello scrittore Balzarro, si evidenzia e si enfatizza un altro rapporto particolare, quello dell’uomo con il cane. E’ sicuramente annoverabile nell’Amore, ma con tre particolarità estremamente singolari. Una durata “eterna”, corrispondente alla vita e non dipendente dagli ormoni o dai rapporti parietali. Una fedeltà assoluta, non dipendente dalla fisicità, dalla bellezza, dal patrimonio, dall’età. Una dedizione totale, non dipendente dagli eventi, dallo scorrere del tempo, dall’assolvimento dei bisogni, dalla realizzazione dei sogni. Virginia, l’allieva prediletta del Maestro Anneo, dedicherà la vita alla ricerca dei colpevoli, per Lei, i tempi ed i modi della Giustizia ordinaria non appaiono rapportabili al dolore. Auspicabile, seppure spiazzante e riflessiva la conclusione dello scrittore. Virginia, ormai anziana, comprende che è il tempo il nemico inesorabile ed imbattibile, che tutto annienta, anche l’odio, anche l’acidulo sapore del sangue della vendetta.


L'AMORE INDECENTE

L'amore indecente Nelle oltre venti opere realizzate dallo scrittore Ferdinando Balzarro, di certo, l’originalità non manca ed “Amore indecente”, l’ultima pubblicazione, non esula da questa osservazione, anzi, ne conferma la prerogativa. Ciò che incuriosisce in questo caso, è il fatto che l’originalità deriva anche dalla particolare costruzione epistolare del libro. Nell’opera, si racconta una storia che potrebbe apparire surreale per un lettore che vive una quotidiana “normalità”, di converso, è in parte un contesto di vita reale, seppure estremamente audace, financo indecente, come suggerisce il titolo. Ecco allora che il lettore, fin dalle prime pagine, è catapultato in un dramma che vede contrapporsi un nobile sentimento come l’amicizia, ad un istinto primordiale e naturale, quello sessuale, associato dalla natura al piacere, con il fine unico della continuità della specie, ma spesso travisato e trasformato in una semplice fonte di godimento, ed a volte, in vanto della conquista, destinato ad un riconoscimento sociale, frutto di una cultura rozza, oppressiva ed arcaica. Nell’opera, due cari amici benestanti si contendono una Donna bellissima e priva di freni inibitori, quelli inculcati dalla stereotipizzazione dei comportamenti, necessari a controllare ed inquadrare le masse, per evitarne l’anarchia. La storia incolla il lettore e lo rende partecipe alla impari brutalità della battaglia, tra il nobile sentimento (amicizia) e la naturale droga dell’esplosione ormonale, che chiamiamo amore, ma che attiene soprattutto a complessi fattori biochimici e neurologici, difficilmente controllabili, che creano assuefazione, ma a differenza delle droghe, non necessitano di disintossicazione, perché si annullano o si trasformano attraverso lo scorrere del tempo. Sostanzialmente quindi, il vincitore è già stabilito dalla natura, ma il finale è comunque denso di imprevedibile e tragica conclusione. E’ perspicace, anche l’evidenziata debolezza all’ineluttabile declino fisico degli amici non più giovani, che cercano di allontanare con la giovane frequentazione, un “lifting” della mente, non meno praticato di quello fisico, patologie usuali nella società moderna. E’ un libro da leggere, forse, non per mimarne comportamenti ed istinti, ma al contrario, per capire se si è disposti a perdere affetti e tranquillità per qualche momento di piacere, se si ha la forza per battere l’istinto naturale ed ormonale, preferendo una vita scelta e non dettata dalle leggi imposte all’animale uomo, oppure, di converso, se si deve seguire l’istinto, senza nascondersi vigliaccamente dietro la rinuncia, per non perdere i benefici e gli agi faticosamente conquistati. Il lettore dovrà riflettere a lungo, l’analisi è insindacabilmente soggettiva, dipende dalla cultura, dall’educazione, dal vissuto, financo dalla Religione, ma di certo, il libro la predica, la induce, la richiede, in modo estremamente audace, ma ineludibile, da qui, la sua struggente bellezza.